RISPOSTE, IDEE E MOLTO ALTRO PER ME (E IL MIO TUMORE).

LA MIA PARENTESI TUMORE: “QUELL’ESTATE, QUESTA ESTATE”

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Alle porte di una estate appena iniziata, vogliamo condividere con voi una nuova parentesi tumore. Qui la storia di Francesca, un racconto in due atti ambientati d’estate, che ripercorrono momenti, emozioni, speranza e voglia di sorridere alla vita.

Perché, come ci ricorda Francesca: “ho capito che la felicità devi andartela a cercare nelle pieghe, nei ricami, negli angoli nascosti.”

 


QUELL’ESTATE…

Era strana quell’estate. Grigia, fredda e piovosa, con certi acquazzoni a rischio annegamento. Cercava di uscire dal calendario che la teneva prigioniera, chiusa, stretta stretta, tra una primavera e un autunno anche loro freddi e piovosi.

Io mi trovavo, come direbbe Dante: “nel bel mezzo del cammin di nostra vita …” 50 anni compiuti ad aprile, soddisfatta per alcune piccole gratificazioni lavorative, di buon umore per aver perso peso senza aver fatto nessuna dieta e, soprattutto, nessuna fatica. Poter indossare finalmente con disinvoltura una maglietta vecchia vecchissima ma da me tanto amata. “Mi fa sentire un po’ più giovane, un po’ più incosciente, un po’ più ragazzina”. Ma soprattutto, avevo l’allegra e ingenua convinzione di aver già attraversato “la selva oscura”.

Era difficile cancellare dal presente un passato che portava con sé gli ultimi istanti della vita di tuo fratello spentasi sul caldo asfalto di una notte d’estate. Un passato che insisteva ad essere presente nel sorriso di tua madre. Sorgente incontaminata che ti sollevava l’anima e ti faceva sentire tutto il suo amore per la vita in ogni cosa che faceva. Un sorriso spentosi in un battito di ciglia.

Un passato altrettanto presente come una carezza dedicata senza fretta alla lunga malattia di tuo padre, sopportata gustando intensamente ogni singolo attimo. Un passato che aveva impedito per anni di pensare serenamente al futuro. Questa la mia “selva oscura” dalla quale, coltivando sogni e desideri, intravedevo luci, stelle colorate e coccole a colori. E speravo di averla abbandonata.

Ma non era così.

LA DIAGNOSI

Fulmine a cel sereno

Un fulmine, sotto forma di telefonata, all’improvviso attraversò e tagliò come una lama uno dei pochi giorni di cielo sereno di quella strana estate un pò grigetta. La voce di una donna dal tono che non ammette repliche. Mi ordina di presentarmi il mattino seguente in ospedale per un controllo più approfondito in seguito allo scrining mammario di alcuni giorni prima.

Le sfumature di grigio intenso che quella strana estate portava con sé e che le impedivano di decollare, cominciavano a starmi antipatiche come la donna della telefonata.

Siccome non stavo a girarmi i pollici, mi presentai al controllo solo alcuni giorni dopo, sperando di non trovare la donna dal tono imperativo e … fui fortunata!

La donna che trovai ad aspettarmi, nonostante avesse un tono più gentile e sfoderasse un sorriso smagliante, nel farmi accomodare in una sala d’attesa piena di altre donne di età svariata, mi mise una piccola pulce nell’orecchio chiedendomi se ero venuta accompagnata, dal momento che, per eseguire alcuni esami, avrei dovuto fare una piccola anestesia.

L’EQUIPE MEDICA

Sala d’attesa

Non mi ero ancora seduta sulla sedia in quella sala d’aspetto, ma già ne ero caduta. Pensandoci bene non sapevo neanche perché ero lì. in quella manciata di secondi ho visto la mia vita passarmi accanto e percepivo a pelle la sensazione di non avere più tempo per niente. Neppure di meravigliarsi, commuoversi o disperarsi.

Mi ritrovai ad ascoltare il mio respiro e sentivo l’aria che entrava e usciva dalle narici. Entrambi avevano un suono delicato, un profumo di libertà e un sapore di scoperta, entrambi raccontavano storie divertenti e piccole magie. Volevo averlo il tempo, perché dovevo imparare a fare ancora tante cose. Lavarmi i denti con la mano opposta alla solita, iscrivermi ad un corso di danza indiana, imparare almeno otto parole di giapponese.

Sempre in quella manciata di secondi e cercando di carpire dai visi delle altre donne in attesa, alcuni segni del tipo: “… stai serena è troppo presto per preoccuparsi …” , la donna dal sorriso smagliante gridò a sguarciagola il mio nome, presentandomi così a tutte. Aggiunse che chirurgo/senologo e primario mi aspettavano nello studio a fianco. Mi sentii improvvisamente pesante e ci misi una vita ad attraversare quei pochi metri di sala d’attesa.

Ero un pò spaventata e allo stesso tempo compressa in un vortice di emozioni. Riuscii solo a pensare che non avevo nemmeno fatto a tempo a dire alla donna del sorriso che sì, ero venuta accompagnata, ma che avevo mandato mio figlio a fare la spesa all’Iper.

Guardavo i volti seri seri dei medici. Li sentivo parlottare senza capire nulla mentre eseguivo senza batter ciglio tutto quello che mi dicevano di fare. Loro, con velocità e destrezza facevano altrettanto e ebbi il vago sospetto, guardando le loro espressioni facciali, che non dovevano aspettare il ritorno di nessun esito. Sapevano già!

Uno dei due portava il cognome di un noto dongiovanni e, per sdrammatizzare e allentare la tensione, ci scherzò sopra facendo strane allusioni ad alcuni metodi infallibili di corteggiamento.

L’altro era proprio un bel tipo e sapeva di esserlo! Sembrava anche lui un ragazzino e a me venne in mente la mia vecchia vecchissima maglietta. Aveva, ad occhio e croce, qualche anno in meno di me, brizzolato quanto basta per essere affascinante, occhi chiari e furbi, portava degli occhialini alla Geronimo Stilton e aveva un sorriso che non lascerebbe scampo a nessuno, e, soprattutto, dava del gran filo da torcere al suo collega sopracitato.

Disse che invidiava il coraggio, la grinta e la forza con cui le donne affrontano diagnosi terribili, che a volte non lasciano scampo. Ammise di aver imparato l’amore per la vita proprio dalle donne di cui si è preso cura. Per questo e, non per le sue doti di seduttore, mi ispirò subito fiducia e simpatia. Disse che la sua esperienza chirurgica l’aveva maturata lavorando nell’ospedale della zona da cui provengo, seguendo un chirurgo molto attento, bravo e stimato in tutta la mia vallata. Il passato della mia “selva oscura” si fece di nuovo presente quando, dalle sue affermazioni, colgo che era lui, proprio lui, il dottore gentile che mio padre incontrava nelle sue visite di controllo, dalle quali tornava sempre con esiti pessimi, ma discretamente di buon umore perché il medico con cui aveva a che fare aveva grazia nel parlare, ispirava fiducia e dava stimoli per reagire e continuare. Stranamente mio padre non riusciva mai a ricordarsi il suo nome, ma sosteneva che aveva a che fare con un vaso di fiori che mia madre tanto amava.

META’ AGOSTO…

In meno di una settimana tornarono gli esiti e la diagnosi fu presto fatta. Eravamo a metà agosto, quella strana estate ormai grigissima ancora non aveva preso il volo e a me, improvvisamente, avevano spezzato le ali.

Rividi quel medico, il viso era sempre serio, ma lui aveva ben chiaro cosa dire e soprattutto cosa fare. Mi sedetti di nuovo, la sedia non era la stessa, mentre la stessa fu la sensazione di mancarla e di trovarmi di nuovo seduta per terra. Lo ascoltavo, e anche attentamente, ma non trattenevo nulla. Ero impegnata ad ascoltare gli odori e i profumi e i segnali di vita, anche se non capivo da dove mi arrivassero. Percepivo nettamente quello del caffè. Vedevo colori che componevano splendidi arcobaleni che si riflettevano nei vetri dello studio. Mi domandai come facessero, dal momento che lo studio era praticamente sotto terra. Sentivo goccioline d’acqua che si materializzavano sulla mia pelle provocando brividi, ma di pura bellezza. Come quando ti trovi in un bosco dopo un temporale e tutto il tuo corpo percepisce nettamente stimoli di vita pulsante.

ASCOLTAVO SENZA SENTIRE, SENTIVO DI MORIRE

parentesi tumore quella estate questa estateI miei pensieri vennero interrotti bruscamente perché, all’improvviso e contemporaneamente, le quattro gambe di quella benedetta sedia sulla quale cercavo di stare seduta educatamente e dignitosamente, furono intercettate da voraci termiti, chiamate: “ … cancro, intervento, mastectomia, chemioterapia …”.  La prima ebbe l’effetto speciale adatto ad un film di samuraii: una sciabolata, fece rumore persino l’aria che venne tagliata di netto scaraventandomi violentemente a terra. Ecco, adesso capivo veramente quella frase: “Ho il cancro … e non ho l’abito adatto”, anche se io per l’occasione avevo comprato un bel paio di sandali a fiori con la zeppa di corda. Lui, in compenso, sentiva tutta la mia paura.

Da quel momento, ascoltai e capii e ricominciai a vivere. Avevo totale fiducia del mio simpatico Geronimo Stilton, sentivo concretamente la sua determinazione proveniente da tanta esperienza fatta sul campo e fatta seriamente, sentii che mi raccoglieva da terra, sentivo che si sarebbe preso cura di me, sentivo che mi avrebbe guarito o per lo meno ci avrebbe provato.

Parlai con Lisa la sua assistente, per prendere accordi sull’intervento. Lei parlava quasi sottovoce, era delicata e gentile nel darmi piccoli consigli mentre raccoglieva alcune lacrime che scivolavano sulle mie guance. Le chiesi di mettermi per scritto le uniche due cose che dovevo fare io, perché, quando sarei uscita da lì, probabilmente sarei stata immersa nella confusione totale.

parentesi tumore quella estate questa estateAncora non lo sapevo, lo realizzai dopo molti giorni, proprio in quell’ufficio, seduta sopra un’altra sedia dalle gambe dondolanti e pronte a rompersi, decisi che niente e nessuno, men che meno un carcinoma infiltrante di tipo non speciale, plurifocale della mammella esteso localmente al muscolo pettorale, G2 ,mi avrebbe lasciato per terra.

In quella strana estate, di un grigio tendente al nero, gli scatti colorati, quelli che mi hanno segnato, non li feci con la macchina fotografica, ma con il cuore, ed è lì che conservo immagini e ricordi stranamente luminosi. In quei giorni avevo conosciuto le persone giuste, avevo i miei primi 50 anni e avevo voglia di vivere.

 

Le due cose stavano sempre insieme. Poco tempo perché mancavano esattamente 15 giorni all’intervento e paura perché, beh, ve lo lascio immaginare. Sfogliavo emozionanti album di foto di famiglia mentre mangiavo avidamente patatine che richiedevano il leccarsi le dita continuamente.

Insieme ad esse, gustavo la pioggia incessante di quella strana estate che ormai era completamente nera e dove tutte le sedie avevano le gambe rotte, ma gustavo il profumo di chi mi ama e che mi sta vicino, gustavo emozioni, patatine e piangevo, mentre cercavo il numero di telefono di un pittore che dalla sua tavolozza con sapiente combinazione di colori facesse sparire il grigiore di quella strana estate, il numero di telefono di un metereologo che confermasse che dopo il temporale torna sempre il sereno e il numero di telefono di un falegname che riparasse sedie con gambe rotte che hanno diritto ad una nuova vita.

QUESTA ESTATE…

Poi dopo due anni, quando guardi le sedie finalmente ridi.

Ridi con tutto il corpo. Ridi con le mani, con le spalle, con la fronte, con la pancia. Non perché il peggio é passato. Il brutto si ripresenta sempre prima o poi.

C’è sempre qualche “selva oscura” che torna. I problemi e le paure tornano sempre a bussare alla porta, sia nel cuore della notte tra le lenzuola aggrovigliate, che in pieno giorno nel traffico del centro.

RIDO PERCHE’…

♣ Ho capito come si affronta il brutto. Si affronta con sorrisi e speranza.

♣ Perché sorridere rassicura chi ci sta intorno e chi ci sta intorno ci rassicura.

♣ Perché sperare vuol dire saper aspettare, e saper aspettare vuol dire prepararsi a qualcosa, e prepararsi a qualcosa vuol dire esserci.

♣ Ho sperato fortissimamente di farcela quando mi hanno asportato completamente il seno sinistro.

♣ Ho sorriso nel vedermi così sbilenca allo specchio.

♣ Ho sperato che qualcuno mi tenesse lo stesso nonostante fossi ridotta ad essere una mutilata, che la guerra la stava combattendo dentro e contro un nemico bastardo.

♣ Ho sorriso pensando a quanto pur non perfetti, erano belli i miei seni, anche solo perché simmetrici, mentre adesso quello rifatto ha voglia di starsene per conto suo.

♣ Ho sperato di non lasciare soli i miei figli.

Sì, ho pianto anche tantissimo. Il dolore va lavato via, come succede appena nasciamo.

Ma oggi, quando guardo le sedie rido e stò in piedi.

♣ Rido perché ho capito che la felicità devi andartela a cercare nelle pieghe, nei ricami, negli angoli nascosti.

Continuo a mangiare patatine e a leccarmi le dita, perché bisogna fare il pieno di vita per quando il brutto tornerà a bussare.

 

 

(di Mauro di Nuzzo per Sandra – rielaborato ed adattato per me)

 


♥ Grazie Francesca

 

 

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